lunedì 6 aprile 2009

Terremoto in Abruzzo. Il cordoglio e l'impegno immediato dell'Azione Cattolica Italiana

La Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana esprime la sua totale vicinanza e partecipazione al dolore di quanti sono stati colpiti dal terremoto che questa notte alle ore 3.32 ha investito l’Italia centrale, e in modo particolare la città dell’Aquila e numerosi paesi limitrofi.

Alle famiglie che hanno perso i loro cari assicuriamo la nostra preghiera affinché Dio accolga i defunti nella sua casa e doni loro il conforto della fede, nella speranza della vita nuova e della pace che viene dal Signore.

Alle comunità civili e alle Chiese locali assicuriamo il nostro sostegno concreto e immediato affinché da subito si curino le ferite lasciate dal sisma e ci si adoperi per una pronta azione di ricostruzione non solo materiale.

La Presidenza nazionale dell’AC chiede alle associazioni parrocchiali e diocesane di tutto il Paese, e a ciascun socio, di farsi promotori e di adoperarsi a sostegno di iniziative volte ad aiutare concretamente quanti in queste ore buie patiscono le conseguenze del sisma.

Giulio Saraceni, delegato regionale dell’Azione Cattolica dell’Abruzzo e Molise ci segnala che tanta gente di AC delle zone terremotate già da questa notte si è attivata per offrire soccorso e soprattutto ospitalità a quanti hanno perso casa e averi.

Testimonianza di don Danilo Priori, assistente diocesano di Ac e parroco nei paesi epicentro della scossa:
“Siamo disperati, la gente è in strada oppure accostata alle porte. Ci dicono di non muoverci. Non vediamo passare più i soccorsi, forse i viadotti sono pericolanti. Dicono che ci sia un morto nella mia parrocchia, ma non posso nemmeno sapere chi sia, non posso muovermi. Mi dicono che nell’altra mia parrocchia è tutto raso al suolo, ma non posso raggiungerla. Al momento non sappiamo nemmeno di cosa abbiamo bisogno. Stateci vicini, stateci vicini davvero”.

mercoledì 18 marzo 2009

Convegno di Primavera dell'Azione Cattolica di Venezia

Domenica 8 marzo si è tenuto a Zelarino il Convegno di Primavera dell'Azione Cattolica di Venezia. Il tema dell'incontro era: “Buona notizia: amori in corso” e il relatore Luigi Accattoli, giornalista. Il Convegno si inserisce in un percorso dell'AC diocesana volto alla promozione della comunione tra adulti e giovani sul tema dell'amore uomo-donna, che accomuna tutte le generazioni. Il relatore Luigi Accattoli parte da una poesia di Giuseppe Ungaretti nella quale il poeta cristiano si sorprende ad essere innamorato. La società di oggi si pensa non più capace di amare, perché l'amore è ormai un'esperienza banalizzata. In realtà, l'amore è un dono, si riceve; ancora di più: l'Amore è Dio e Dio torna sempre, non si stanca dell'umanità.
Allora, l'esperienza dell'amore di tutta la vita si può fare solo con un investimento di tutta la vita. Una volta era più semplice da progettare, oggi dobbiamo fronteggiare un'inesperienza nella libertà affettiva: conosciamo una libertà nell'instaurare legami affettivi che, fino a poco tempo fa, era sconosciuta e di cui siamo, quindi, inesperti. Non è così facile come crede chi riduce l'esperienza dell'amore a una libertà quasi selvaggia. L'esperienza dell'amore di coppia si può suddividere in 3 tempi. Il primo è l'innamoramento, l'amore travolgente. In questa fase si dovrebbe imparare l'importanza di ogni piccolo gesto d'amore, la naturale tendenza dell'amore a realizzare una comunione “per sempre” e la necessità di conformarsi all'altro nel momento in cui l'anima è più malleabile. Il tempo dell'innamoramento è un tempo che, in genere, finisce, al contrario del secondo tempo, quello della costruzione dell'amore, che invece non finisce mai. Nessuna coppia può dire di aver portato a compimento l'opera del proprio amore: la scoperta reciproca, l'avvicinamento all'altro dovrebbe durare tutta la vita, senza sentirsi mai arrivati o porre limitazioni alla condivisione a garanzia del proprio egoismo. Per tutti, poi, c'è il tempo della prova: nemmeno i Santi sono esenti da questo difficile momento. Per affrontarlo la coppia deve essere prudente: mettere da parte, custodire gelosamente i gesti e i ricordi accumulati nel tempo per fruirne nei giorni della prova. Nei momenti di “disamore” la coppia ci sta stretta e ci sembra di non poter più fare spazio all'altro: in quel tempo dovremmo ricordarci del dono più grande che l'altro ci ha fatto, quello di sceglierci tra tutti. In questo modo possiamo costruire l'esperienza della libertà affettiva.

Clicca qui per leggere gli appunti completi del Convegno.

lunedì 9 marzo 2009

Le relazioni: impossibili agli uomini, ma non a Dio

Una delle difficoltà maggiori dell'esperienza di vita è quella legata alle relazioni: è una questione comune alle persone di qualsiasi età perché su questo argomento non si smette mai di interrogarsi e imparare, sia nel corso degli anni, sia nel corso dei secoli.
Nelle relazioni che un individuo instaura si mescolano sogni di grandi intese, complicità, lealtà, fiducia e pace, ma anche tante paure: tradimenti, bugie, incomprensioni, fatica. Ogni giorno, infatti, facciamo esperienza, su noi stessi e sugli altri, delle virtù e delle fragilità dell'uomo; per questo secondo Z. Bauman, quando si pensa ad una relazione, non è possibile scinderne la connotazione positiva, legata al piacere di stare insieme, da quella negativa, legata alla paura di mettersi in trappola. Questa considerazione vale per tutti i tipi di relazione: di amicizia, di coppia, in società, in comunità, in famiglia e con Dio.
Per ripararsi dai rischi insiti in una relazione, l'atteggiamento di tendenza è quello di tipo economico: si investe in una relazione finché mi dà un profitto; si smette di investire nel momento in cui il costo è maggiore del guadagno oppure se si trova un “titolo” più redditizio. La possibilità di poter troncare con facilità un rapporto sembra donare serenità e sicurezza; in realtà lascia un senso di insoddisfazione, dovuto alla superficialità dell'incontro, e un senso di insicurezza, perché c'è sempre la possibilità che la chiusura venga dall'altra parte. Una relazione di vero amore, invece, parte dalla libertà di accogliere la totalità e la complessità dell'altro, accettando i rischi che derivano dal fare dono totale di sé. Ecco perché Papa Benedetto XVI ci invita a non avere paura di sognare grandi progetti di bene: “la vocazione all'amore è ciò che fa dell'uomo l'autentica immagine di Dio”. Certo, le difficoltà ci sono; dice Carlo Carretto: “Amore e sacrifizio sono intimamente legati, quanto il sole e la luce. Non si può amare senza soffrire e soffrire senza amare”. Proprio qui, tuttavia, interviene l'infinita bontà del Signore: Egli ci manda Suo Figlio il quale, con il suo sacrificio, ci dona quell'Amore capace di vincere ogni sofferenza. Nell'episodio del giovane ricco, Gesù parla chiaro: l'incontro con il Vero Amore è impossibile agli uomini, ma non a Dio. Per questo è necessario seguirlo, liberamente e senza aspettarsi un profitto: la strada della Salvezza passa per un progressivo distacco dai propri beni (oggetti, tempo, persone care) per avvicinarsi al prossimo (unica porta per arrivare a Dio) e ricevere cento volte quello che si era lasciato, ma in gioie e persecuzioni.

martedì 30 dicembre 2008

Scegliere di fidarsi

«Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.» (Mt 6,31-33). Gesù Cristo ci insegna che scegliere di seguire il Signore significa scegliere di fidarsi di Lui. Dio non è rigido, sa che abbiamo paura e conosce i nostri problemi, ma ci chiede di fare la cosa che troviamo più difficile: non affannarci per il domani. Noi, invece, siamo continuamente preoccupati e angustiati per le nostre scelte e i nostri progetti (in una parola, per il nostro futuro): a volte le nostre difficoltà ci sembrano così “umane” che crediamo che il loro esito dipenda esclusivamente da noi, quasi che Dio non possa fare niente. Lui, da parte sua, non ci dice di non avere progettualità, ma si raccomanda di vivere il nostro impegno all’interno del progetto d’Amore che Lui ha pensato per noi. Solo in questo modo il fardello diventerà leggero: non siamo noi la guida delle nostre vite, ma è Dio che si prende cura di noi in quanto Sue creature. La fiducia, però, deve essere totale: non ci si può fidare solo per alcune cose o solo in certe circostanze perchè il progetto di Dio è uno e investe tutta la nostra vita. Il Signore ci avverte che non sarà facile: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1); le difficoltà sono parte della strada, ma Lui, per il nostro bene, ci invita ad essere costanti («Non deviate per non cadere» Sir 2,7) e pazienti: «Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l'oro» (Sir 2,4-5). Non possiamo essere ansiosi quando non vediamo arrivare benefici immediati perchè ogni prova serve ad arrivare alla meta e l'investimento nell'Amore di Dio è a lungo termine («Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» Lc 17,33).
Il Signore, comunque, non ci lascia soli e, come un Padre, ci incoraggia nel nostro cammino, mostrandoci l'esempio di quanti prima di noi si sono fidati di Lui («Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi ha perseverato nel suo timore e fu abbandonato? O chi lo ha invocato ed è stato da lui trascurato?» Sir 2,10) e ricordandoci che il suo Amore è talmente grande da uscire dai confini della nostra comprensione («Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» Is 49,15).

lunedì 22 dicembre 2008

Perchè avete paura?

“Era una famigliola felice e viveva in una casetta di periferia. Ma una notte scoppiò nella cucina della casa un terribile incendio. Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori. In quel momento si accorsero, con infinito orrore, che mancava il più piccolo, un bambino di cinque anni. Al momento di uscire, impaurito dal ruggito delle fiamme e dal fumo acre, era tornato indietro ed era salito al piano superiore.
Che fare? Il papà e la mamma si guardarono disperati, le due sorelline cominciarono a gridare. Avventurarsi in quella fornace era ormai impossibile...e i vigili del fuoco tardavano.
Ma ecco che lassù, in alto, s'aprì la finestra della soffitta e il bambino si affacciò, urlando disperatamente: “Papà! Papà!”.
Il Padre accorse e gridò: “Salta giù!”
Sotto di sé il bambino vedeva solo fuoco e fumo nero, ma sentì la voce e rispose: “Papà, non ti vedo..”.
“Ti vedo io, e basta. Salta giù!”, urlò, l'uomo.
Il bambino saltò e si ritrovò sano e salvo nelle robuste braccia del papà che lo aveva afferrato al volo. (“Perchè avete paura?”, Bruno Ferrero, C'è Qualcuno Lassù?)

Quante volte nella nostra vita ci capita di essere assaliti dalla paura? Una disgrazia, una preoccupazione, una scelta importante o un problema insormontabile.. Quante volte, in questi momenti, non vediamo il Signore? Sembra che Dio non ci aiuti, che sia solo uno spettatore indifferente alle nostre sofferenze. Gesù Cristo viene per consolarci: ci esorta a stare calmi e sereni perchè Dio c'è e possiamo mettere tutte le nostre difficoltà nelle Sue mani. Attenzione, però! AFFIDARSI a Lui richiede impegno, non è una scelta che si fa una volta per sempre: si impara giorno per giorno, cercando i segni del Signore nella nostra vita e lasciando che sia Lui a guidarla. Si può immaginare la nostra vita come un tappeto al rovescio: noi vediamo le cuciture e i difetti, mentre Dio vede l'opera finale. Si tratta, dunque, di cambiare il nostro sguardo sul mondo: non possiamo pretendere di vedere e di capire tutto perchè siamo uomini e, come tali, soggetti a limiti. Invece, mettere ragionamenti, preoccupazioni, paure, speranze, sogni, famiglia e rapporti con gli altri nelle mani di Dio rende tutto nuovo, fertile. Bisogna solo avere il coraggio di buttarsi senza vedere, sapendo che Dio è Padre e come un padre ci ama e si adopera per il nostro bene: “non ci lascia soli nelle nostre agonie e nelle nostre battaglie: ci cerca nelle tenebre e soffre con noi” (Martin Luther King).

sabato 6 dicembre 2008

Chi è Gesù nei momenti di tempesta?

La vicenda narrata nel Vangelo della tempesta sedata (Mc 4,35-41) presenta, ad una prima lettura, diverse stranezze: Gesù, in barca con i suoi discepoli, dorme mentre sul mare si scatena una violenta tempesta; quando i suoi compagni Lo svegliano per chiederGli aiuto, Lui li rimprovera; infine, quando il peggio è passato, anziché rallegrarsi, i discepoli hanno paura.
Evidentemente questo brano non deve essere letto come un resoconto, ma come una scena in grado di descrivere un aspetto del volto di Cristo, la cui rivelazione è il filo conduttore di tutto il Vangelo di Marco. Gli elementi del racconto sono altrettanti simboli: la barca dei discepoli rappresenta la comunità cristiana, in viaggio verso l'altra riva, cioè verso la terra pagana. Il tempo è la sera, fine del giorno, che simboleggia la fine della vita; in quel tempo c'è oscurità e si scatena una tempesta, quindi dominano le tenebre e le forze del male. Proprio in quel momento avviene l'intervento di Dio. Il sonno di Gesù indica la sua morte: il suo operato in questa vita è finito, ora la palla passa ai cristiani. Per loro non ci sono imposizioni, manuali, né Qualcuno sempre presente per suggerire come agire. Il Signore lascia liberi di fare le proprie scelte, per questo, a volte, soprattutto nei momenti difficili, ci sentiamo soli e invochiamo Gesù perché ci venga ad aiutare. Lui alla fine interviene, ma ci rimprovera perché ci ricordiamo di Lui solo nei momenti di bisogno; allora subentra il timore, che non è altro che lo stupore di chi ha riconosciuto Dio in Gesù Cristo.
Ognuno di noi può dire di aver vissuto dei momenti di tempesta, cioè delle crisi, più o meno forti, in cui ha faticato a sentire la presenza del Signore nella propria vita. Una scelta (università, lavoro) che preannuncia di stravolgere il normale stile di vita o richiede un investimento per il futuro, un problema di salute vissuto sulla nostra pelle o su quella delle persone che amiamo, la morte, uno stile di comportamento, un forte senso di colpa, la gestione delle relazioni (con gli amici o i genitori), vivere la fede e testimoniarla... sono tutte situazioni in cui sentiamo che le nostre forze non bastano e allora viene spontaneo alzare gli occhi al cielo e dire: “Signore, non t'importa di quello che mi sta succedendo? Come puoi dormire mentre sto vivendo questa difficoltà?”. Gesù, però, non può risolvere i nostri problemi a comando: la libertà che ci è stata donata implica la responsabilità di affidarsi a Lui: quanti trovano il coraggio della fede, pregando e senza aspettare delle risposte certe, fanno esperienza del Suo Amore e si accorgono che in quei momenti, non solo era presente, ma era anche più vicino del solito.

sabato 22 novembre 2008

Chi è il "Gesù storico"?

Dando uno sguardo, anche veloce, alle letture proposte nelle librerie, si può notare un cresciuto interesse nei confronti di riguardanti la figura storica di Gesù Cristo. Padre Gilberto De Peder , che insegna Cristologia all'istituto teologico Sant'Antonio di Padova, ci invita a fare delle riflessioni a riguardo. Innanzitutto è importante fare una distinzione tra il Gesù storico, cioè quello reale, esistito, e il Gesù “dello” storico, che, invece, è il frutto di uno studio e non potrà mai esaurire la realtà della figura di Gesù.

Un'altra precisazione da fare è quella relativa alle fonti analizzate per ottenere informazioni presumibilmente certe:

  • in primo luogo, la Bibbia; le fonti più antiche del Nuovo Testamento sono le lettere di Paolo, che datano circa degli anni 50; poi viene il Vangelo di Marco della metà degli anni 60, primo dei quattro, poi Matteo e Luca, venti anni più tardi, e infine Giovanni.

  • altri Vangeli, detti apocrifi (cioè “nascosti”): sono più tardivi rispetto ai Vangeli della Bibbia (i Canonici) in quanto sono stati scritti probabilmente tra il 120 e il 170; molto spesso questi Vangeli vengono esaltati perché sarebbero Vangeli celati dalla Chiesa al fine di nascondere verità scomode.

  • fonti extra-cristiane, alcuni studiosi dell'Impero Romano: Giuseppe Flavio, Trifone, Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane. Alcuni di questi autori fanno solo brevi cenni alla figura di Gesù Cristo, facendoci capire che, agli occhi dell'Impero, Gesù era un ebreo poco importante che insegnava in un luogo di frontiera, non in grandi scuole.

  • papiri e rotoli, detti Manoscritti del Mar Morto, trovati recentemente nelle grotte di Qumran in Palestina.

Una volta definite le fonti è necessario fare delle distinzioni sul modo di utilizzarle.

Fu alla fine del XVIII secolo che si iniziò a pensare che Gesù potesse non essere come la Chiesa sosteneva. Il problema del Gesù storico è quindi un problema moderno. A partire da quel periodo la ricerca storica di Gesù è stata condotta secondo tre modalità differenti che possiamo far corrispondere a tre tappe.

La prima inizia negli anni tra il 1774 e il 1778 quando vengono pubblicati dei frammenti dal titolo “Il fine di Gesù e dei suoi discepoli”; in essi si fa una distinzione tra lo scopo dell'opera di Gesù, proclamare il nuovo Regno e liberare il suo popolo, e lo scopo dei discepoli, che, delusi dalla morte di Gesù, rubano il corpo e inventano tutta la storia. Da allora ogni storico, romanziere, ecc.. ritiene di poter raggiungere la verità storica di Gesù, asserendo che il resto sono tutte balle.

Nel 1906 viene pubblicato un libro che mette fine a questa modalità di ricerca. Si dice che ognuno di questi autori ha proiettato su Gesù le sue pre-comprensioni. In realtà non è possibile descrivere il Gesù storico saltando completamente la tradizione che da Lui è partita.

Nella prima metà del '900 un teologo protestante, Rudolf Bultmann, rovescia completamente la visuale: sostiene che la figura del Gesù storico non ha alcuna importanza, perché solo la fede cieca può salvare. Nel 1954 un suo discepolo, Ernst Käsemann, parte da un punto di vista diverso, al quale si associa convenzionalmente la seconda tappa della ricerca storica di Gesù. Käsemann nel suo studio si chiede quale fosse il bisogno di scrivere dei Vangeli. Per trent'anni ci fu una Chiesa anche senza bisogno di testi scritti: si diffondeva il messaggio tramite la tradizione orale. Tuttavia in quel periodo i testimoni oculari stavano morendo e contemporaneamente il Cristianesimo si andava diffondendo in aeree sempre più estese. Era necessario, allora, poterlo adattare a criteri mentali anche filosoficamente diversi. I Vangeli recuperano la memoria di ciò che Gesù ha insegnato e fatto: sono una biografia dell'epoca, cioè il racconto amplificato di alcuni fatti. Si sentiva il bisogno di un riferimento storico oggettivo per non farlo diventare un mito. È importante osservare che per i primi cristiani la storia di Gesù è sempre una storia finalizzata alla fede.

Käsemann fece un grande studio sui Vangeli, seguendo alcuni criteri: ad esempio quello della “dissomiglianza” per il quale un elemento che non fa parte del contesto storico precedente Gesù e non è stato nemmeno ripreso dai suoi discepoli è probabile che sia realmente caratteristico di Gesù. Questo criterio va, però, bilanciato con quello della “conformità” al contesto in cui viveva Gesù.

La terza tappa della ricerca si sviluppa a partire dagli anni '80, quando si iniziano ad applicare nuovi approcci scientifici, come la sociologia, la papirologia o l'archeologia. In questo periodo si interessano a Gesù anche alcuni studiosi ebrei: in questo modo si riscopre l'ambiente giudaico dell'epoca. Questa ricerca conferma l'attendibilità dei Vangeli Canonici, per la loro antichità e aderenza alla figura di Gesù; gli apocrifi, spesso, sminuiscono la figura umana di Gesù. Si arriva così a delineare i tratti storici del ministero di Gesù.

Il tema di fondo della predicazione, attraverso parabole e miracoli, di Gesù è l'Annuncio del Regno di Dio. Questa era anche la sua peculiarità: non era l'unico taumaturgo o parabolista dell'epoca. La sua originalità stava nel fatto che tutti quei segni fossero orientati alla venuta del Regno.

Con Regno di Dio si intende l'intervento di Dio a portare liberazione e salvezza, anche molto praticamente (liberazione da Roma).

Gesù spiega che il Regno di Dio viene per volontà gratuita, cioè per grazia, di Dio. Non è solo una promessa (come era stato fino ad allora), ma una realtà: Gesù dice che il Regno c'è ora e inizia con quello che insegnava. Le parabole non erano raccontini per analfabeti (infatti le diceva anche ai farisei), ma servivano a far capire che la promessa di Dio stava germogliando; lo dimostrava, poi, guarendo i malati: se Dio è qui si può mostrare concretamente la Sua salvezza.

Gesù, inoltre, dà una nuova immagine di Dio, quella di Padre: non dice mai “Io sono il Figlio di Dio”, ma si rivolge a Lui chiamandolo Abbà che è un modo familiare, ma non infantile, di rivolgersi al proprio padre naturale. Da questo si deduce la confidenza di Gesù nei confronti di Dio. Il concetto di Figlio di Dio che professiamo noi oggi ha assunto una coloritura particolare, dogmatica. In realtà tutto il suo essere e tutte le sue parole erano impregnati della Figliolanza. Altre categorie sono state aggiunte in seguito: ad esempio Gesù non avrebbe mai potuto recitare il Credo perché è frutto di influenze della filosofia greca.

In ogni caso c'è sempre una differenza tra il modo in cui Gesù dice Abbà e il modo in cui noi preghiamo con il Padre Nostro: quando lo insegna ai suoi discepoli non lo recita con loro, ma dice “Quando pregate dite...”. Era anche un modo per creare coesione nel gruppo.

Lo studio si focalizza, poi, sulla storicità della Resurrezione: è un evento storico o un'affermazione di fede? Le tre tappe si muovono su questo rapporto tra storia e fede: può un fatto esistere per fede? E d'altra parte, può un fatto smuovere la mia fede? Sono due estremi da evitare: bisogna cercare un intreccio tra le due dimensioni. Si tratta di un intreccio simile a quello che viviamo già nella nostra vita: perché ci siamo innamorati di questa persona? Ci sono solo fatti concreti che lo spiegano?

Con Gesù non possiamo esulare dalla storia, ma questa non può nemmeno essere fondamento della fede. La fede non è qualcosa che si inventa: si sviluppa con gli eventi. Il cammino del credente coincide con il processo di fede fatto nella storia. In questo meccanismo si inseriscono i dogmi posti dalla Chiesa: si possono vedere come dei “paracarri” che delimitano il cammino. Se si va oltre si rischia di farsi male.

Un problema costante è quindi intrecciare l'elemento storico e quello di fede, senza assolutizzarne uno, affinché la nostra fede non sia disincarnata, ma nata a partire da fatti storici. Dio parla nella storia, già nell'Antico Testamento, quindi il senso lo si può trovare ogni giorno in quello che viviamo.

Forse è proprio per questo che oggi si ricerca un Gesù storico, per ritrovare un riferimento in mezzo alle svariate nuove spiritualità che stanno sorgendo.